Il chitarrista ha affermato che i nuovi supporti discografici digitali (mp3 et similia) fanno male perché contribuiscono ad infondere in chi ascolta un senso di alienazione. "Rimpiango i tempi in cui si usciva per andare in un negozio a comprare il disco: lo si guardava, lo si ascoltava e lo si toccava. La musica aveva più fascino e soprattutto non lobotomizzava centinaia di ragazzi che ora restano incollati a internet per scaricare le canzoni", ha spiegato.
Vai a dargli torto, al vecchio Pete. Io in un negozio di dischi ci ho lavorato anni e ci sono letteralmente cresciuto. E la cosa che mi piaceva di più di quel mestiere era consigliare, proporre, raccontare i dischi e le piccole storie che ci sono dietro. Un po' come faccio anche qui.
Tutto ciò senza contare quello che molti clienti (alcuni dei quali avevano i miei anni moltiplicati per tre!) mi hanno insegnato e trasmesso. Insomma, per me, anche quando stavo dall'altra parte del bancone, erano sempre occasioni di scambio, di confronto. Di condivisione. Là dentro sono nate anche molte amicizie che ancora oggi resistono.
E poi volete mettere l'emozione che si prova ad entrare in un negozio di quartiere come il Championship Vynil di Rob Fleming (leggete Nick Hornby, Alta fedeltà, se non l'avete fatto) col restare impalati davanti all'insensibile monitor di un pc per ascoltare l'ultimo singolo dei R.E.M.?
E poi volete mettere l'emozione che si prova ad entrare in un negozio di quartiere come il Championship Vynil di Rob Fleming (leggete Nick Hornby, Alta fedeltà, se non l'avete fatto) col restare impalati davanti all'insensibile monitor di un pc per ascoltare l'ultimo singolo dei R.E.M.?